Procedura civile: la “specificità” dei motivi d’appello

Nel presente contributo si ripropongono i tratti salienti di alcune pronunce della Suprema Corte sulla portata del requisito della specificità dei motivi d’appello introdotti a seguito dell’emanazione del decreto legge n. 83/2012 che ha modificato gli articoli 342 e 434 del codice di procedura civile.
Il crocevia fondamentale, nell’interpretazione delle citate norme, è rappresentato dal decisum della Cassazione Civile a Sezioni Unite nella Sentenza n. 27199 del 16.11.2017.

Secondo il predetto pronunciato:
“L’atto di appello deve contenere una parte volitiva, con cui si indicano le questioni e i punti contestati della sentenza impugnata, e una parte argomentativa, che confuti le ragioni addotte dal primo giudice, senza rivestire particolari forme sacramentali, né contenere la redazione di un progetto alternativo di decisione”.

Nel solco di tale linea ermeneutica si colloca la sentenza n. 13535 della Cassazione Civile, Sez. VI – 3 Ord., del 30.05.2018.

Detta sentenza ha statuito:
“L’atto di appello non deve contenere ….. vacui formalismi, né la trascrizione integrale o parziale della sentenza impugnata o di parti di essa tenuto conto della permanente natura di “revisio prioris instantiae” del giudizio di appello, il quale mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata”.

In aderenza alle massime citate, la Cassazione Civile, Sez. III Ord., 05.05.2017, n. 10916, aveva già in precedenza precisato che:
“L’art. 342, comma 1, c.p.c., …… impone all’appellante di individuare, in modo chiaro ed inequivoco, il quantum appelatum, formulando, rispetto alle argomentazioni adottate dal primo giudice, pertinenti ragioni di dissenso che consistono, in caso di censure riguardanti la ricostruzione dei fatti, nell’indicazione delle prove che si assumono trascurate o malamente valutate ovvero, per le doglianze afferenti questioni di diritto, nella specificazione della norma applicabile o dell’interpretazione preferibile, nonché, in relazione a denunciati errores in procedendo, nella precisazione del fatto processuale e della diversa scelta che si sarebbe dovuta compiere”.

Ebbene, le esposte regole di diritto privilegiano l’aspetto prettamente sostanzialistico della ratio normativa e consentono di affermare che l’appello – conservando la struttura tipica di uno strumento di gravame a critica libera (“il solo mezzo d’impugnazione nel quale l’errore o vizio lamentato può investire anche il merito della valutazione dei fatti” cfr. Mandrioli in Diritto Processuale Civile, II, Giappichelli 2011) – per superare il vaglio di ammissibilità previsto dalle norme in rassegna, debba contenere una analitica e circostanziata (ancorché non formalistica) esplicitazione del “thema decidendum” devoluto al giudice di secondo grado.

E precisamente:
1. una parte volitiva in cui, ad esempio, sono individuati gli errori che inficiano il provvedimento impugnato per aver completamente trascurato e/o insufficientemente valutato le prove (documentali e/o orali) addotte dalla parte appellante, nonché l’errore di diritto compiuto dal giudice a quo avendo posto a fondamento della decisione precedenti giurisprudenziali errati e/o inconferenti poiché privi di attinenza al caso di specie.

2. una parte argomentativa consistente nell’aver evidenziato, per ciascuno dei predetti errori, gli afferenti aspetti critici della decisione atti a confutarne la fondatezza fattuale e giuridica.
Nello specifico, sarà necessario e sufficiente illustrare i motivi per cui le prove mal valutate, poiché trascurate (totalmente o in parte) dal giudice di prime cure, si appalesano invece idonee a fondare la revisione della decisione impugnata.

Nel contempo sarà riprodotto, a sostengo giuridico dell’atto di gravame, il corretto decisum giurisprudenziale (di legittimità e/o di merito) specificamente inerente al caso sub iudice, magari corredato da un breve cenno alla fattispecie scrutinata dalle sentenze citate dall’appellante, sicché idoneo a demolire l’impianto motivazionale assunto dal magistrato di prima istanza.

Infine non possiamo esimerci dal rammentare che il giudizio di ammissibilità dell’appello, ex art. 342 c.p.c., è governato dal “principio di simmetria”.

Tale principio impone che il suddetto giudizio di ammissibilità deve essere condotto alla luce del raffronto tra la motivazione del provvedimento appellato e la formulazione dell’atto di gravame.

Nel senso che, quanto più approfondite e dettagliate risultino le argomentazioni del primo, tanto più puntuali devono profilarsi quelle utilizzate nel secondo per confutare l’impianto motivazionale del giudice di prime cure.

In tal senso si è espressa anche la Cassazione nelle seguenti sentenze: Cass. S.U. n. 28498/2005; Cass. S.U. n. 27199/2017; Cass. n. 4695/2017; nonché da ultimo Cass. civ. Sez. VI – 2 Ord., 04/01/2019, n. 97.

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