Accessi in luogo diverso da quelli autorizzati dal Procuratore della Repubblica-Illegittimità

Avv. Giuseppe MAPPA


Accessi in luogo diverso da quelli autorizzati dal Procuratore della Repubblica-Illegittimità.


CTR Bari Sentenza n. 422\2021

depositata il 04.02.2021



SVOLGIMENTO DELPROCESSO


I fatti di causa sono stati riassunti dai primi giudici nel modo seguente.
xxxxxxx, rappresentato e difeso dal rag. xxxxxx, ha opposto l’avviso di accertamento n. xxxxx, notificato in data 26.02.2014, con il quale l’Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale di Brindisi, in base al PVC redatto dalla Guardia di Finanza- Compagnia di Fasano- in data 25.10.2013, ha accertato, per l’anno d’ imposta 2008, a seguito di costi ritenuti indeducibili, un maggior reddito imponibile pari ad € xxxxxx ai fini IRPEF e addizionali, un maggior valore della produzione ai fini IRAP di € xxxxx, un imponibile di € xxx00 ai fini IVA; in conseguenza, lo stesso Ufficio ha determinato le maggiori imposte dovute, sanzioni e interessi relativi.
A fondamento della domanda di annullamento dell’atto impugnato in quanto illegittimo, parte ricorrente, con il ricorso depositato in data 24.10.2014, ha formulato le seguenti censure:
l) illegittima acquisizione della documentazione fiscale presso un luogo diverso da quello indicato nell’autorizzazione rilasciata dal Procuratore della Repubblica, nonché mancanza di motivazione della stessa autorizzazione;
2) violazione dell’art. 12 L. n. 212/2000; 3) difetto di motivazione dell’avviso impugnato; 4) illegittimità della verifica e del raddoppio dei termini previsti per l’accertamento con conseguente prescrizione dell’annualità 2008; 5) errata contestazione di costi deducibili e di IV A detraibile relativa a costi di manutenzione realmente sostenuti; 6) errata contestazione di spese per acquisto di carburante relative a fatture emesse da terzi, in quanto regolarmente registrate e sottoposte al controllo dell ‘Agenzia delle Dogane per il credito “Caro petrolio”‘; 7) prescrizione in materia di IRAP; 8) prescrizione in materia di contributi previdenziali INPS.
Con controdeduzioni depositate in data 5.1 1.2014 si è costituita in giudizio l’Agenzia delle Entrate Direzione Provinciale di Brindisi rilevando l’assoluta correttezza del proprio operato, in quanto: I)risulta legittimo l’accesso dei militari presso l’effettiva dimora abituale del contribuente sita in Ostuni, contrada Rialbo, come dichiarato dallo stesso contribuente, il quale ha altresì comunicato agli stessi finanzieri che il domicilio fiscale di xxxxxx consisteva in un mero recapito di corrispondenza.
Ed infatti, il P.M. ha autorizzato l’accesso dei militari della G. di F. non solo nei locali di esercizio dell’attività (corrispondenti alla residenza del contribuente nonché domicilio
fiscale – xxxxxxxxxxxx, xxxxxx ),ma anche in altri luoghi nella disponibilità dell’interessato;
II) L’atto impugnato è sufficientemente motivato, atteso che in esso sono evidenziati i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno portato l’Ufficio alla emanazione
dell’accertamento medesimo; III) contrariamente a quanto assunto da parte ricorrente, nel caso di specie non sussiste la decadenza dell’azione accertatrice, avendo l’Ufficio, in presenza di denuncia penale per reati tributari, notificato l’avviso di accertamento entro il termine lungo previsto dal D.L.n. 223/2006 convertito in L. n. 248/2006 (entro il 31 dicembre dell’ottavo anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione), e tale termine lungo è estensibile anche all’attività di accertamento ai fini IRAP ; IV) nel merito: a) con riferimento alla fattura n. xxxx del 29.11.2008 emessa nei confronti della xxxx s.r.l. , dalle incongruenze rilevate (omessa annotazione e allegazione dei DDT relativi a cinque trasporti con itinerario xxxxx (V A) e ritorno; altri DDT allegati alla fattura erano privi della indicazione della data di consegna dei beni trasportati;
incongruenze riscontrate tra data e orario dei rifornimenti di carburante e chilometri percorsi in relazione a due mezzi di trasporto tenendo conto che durante il mese di novembre 2008 il contribuente era l’ unico addetto allo svolgimento dell’attività) alcune operazioni in essa contenute per un importo pari ad € 11.000,00 erano da. considerarsi riferite ad operazioni inesistenti ; b) il recupero relativo a costi per carburante è stato effettuato in quanto le relative fatture erano prive di elementi essenziali quali I buoni di consegna per le singole cessioni di carburanti, il dato relativo alla quantità dei beni oggetto dell ‘operazione di cessione; e) il costo relativo a spese effettuate su veicoli è stato ritenuto non inerente poiché il bene oggetto della prestazione, nell ‘anno 2008, non era nella disponibilità del ricorrente.”
All ‘esito dell ‘ instaurato contraddittorio la Commissione Tributaria Provinciale di Brindisi con sentenza del 16 aprile 2015, n. 398, rigettava il ricorso compensando le spese di lite.
Con atto di appello notificato in data 29 settembre 2015 il contribuente impugnava la sentenza sulla base dei seguenti motivi:
l) erroneità della sentenza laddove afferma che l’accesso ispettivo si palesa legittimamente effettuato, posto che la documentazione reperita dai militari verbalizzanti sarebbe stata acquisita illegittimamente, senza la prevista autorizzazione del Pubblico Ministero di accesso alla dimora abituale del ricorrente;
2) erronea valutazione della sentenza circa la violazione della legge 212/2000: violazione dell’ art. 12 per non aver reso edotta la parte delle motivazioni e dell’oggetto della verifica;
3) erroneità della sentenza circa la carenza di motivazione dell’avviso di accertamento: carenza di motivazione nell’atto impugnato sui tributi accertati;
4) erronea valutazione della sentenza sul raddoppio dei termini, in quanto i primi giudici non si sarebbero espressi sia in merito al presupposto della denuncia penale sia in merito all’effetto sui termini di prescrizione;
5) erronea valutazione della ripresa a tassazione dei costi che la Guardia di Finanza ha
considerato indeducibili, recuperando l’IV A che veniva considerata indetraibile;
6) erronea valutazione della deduzione per spese acquisto carburante;
7) erronea valutazione della inefficacia del raddoppio dei termini ai fini irap, ribadendo il reclamante che le violazioni ai fini IRAP non hanno rilevanza penale e quindi non si verifica il raddoppio dei termini;
8) erronea valutazione della inefficacia del raddoppio dei termini ai fini inps, per il medesimo motivo.
Si costituiva l’Agenzia delle Entrate Direzione Provinciale di Brindisi con atto di controdeduzioni depositato il 26.11.2015, con cui replicava analiticamente a tutte le censure mosse dall’appellante e concludeva per il rigetto dell ‘appello in quanto infondato. Sopraggiunta l’emergenza epidemiologica da Covid-19 e preso atto del Decreto n. 32/2020 emesso dal Presidente della C.T.R. Puglia, veniva confermata l’udienza già fissata del 22.01.2021 senza presenza delle parti e con il passaggio in decisione sulla base degli atti.


MOTIVI DELLA DECISIONE


L’appello è fondato.
E’ pacifico che le operazioni di accesso e verifica si siano svolte presso luogo di abitazione del contribuente, sita in Ostuni contrada xxxxx.
Ciò posto, è assorbente, nell ‘economia del giudizio, la fondatezza del primo motivo di appello, con cui lo xxxxx ha invocato la erroneità della sentenza laddove ha affermato che l’accesso ispettivo si palesa illegittimamente effettuato, in quanto la documentazione è stata acquisita dalla G.d.F.presso un’ abitazione privata, con la conseguenza che, trovando applicazione la disposizione dell ‘ art.52 comma 2 d.p.r. 633/72, l’autorizzazione emessa dal P.M. deve evidenziare “i gravi indizi di violazione di forme fiscali” di cui all’art. 52 comma 2 d.p.r. 633/72, essendo altrimenti l’ autorizzazione illegittima.
Al riguardo, infatti, osserva il collegio che la Suprema Corte ha in più occasioni affermato che in tema di accertamento delle imposte, l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica all’accesso domiciliare, prescritta in materia di IV A dall’art. 52 del d.P.R. n. 633 del 1972, richiamato in materia di imposte dirette dall’art. 33 del d.P.R. n. 600 del 1973, mira a conciliare la rilevanza costituzionale dell’inviolabilità del domicilio, espressamente riconosciuta dall’art. 14, comma l ,Cost., con l’esigenza dell’acquisizione degli elementi di riscontro di una supposta evasione fiscale,al fine di evitarne l’occultamento o la distruzione.
Essa, quindi, deve essere giustificata dall’esistenza di gravi indizi di violazione della legge fiscale, la cui valutazione va effettuata “ex ante” con prudente apprezzamento, e deve essere, sia pure concisamente, motivata. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto illegittimo il provvedimento del Procuratore della Repubblica che, in presenza di una richiesta di autorizzazione della Guardia di Finanza motivata soltanto nel senso che “una verifica fiscale doveva essere eseguita nei confronti della società della quale … era socio”, si era limitato ad accennare che il motivo dell’accesso risiedeva nella necessità di controllare il regolare assolvimento della normativa in materia di IV A ed imposte dirette: Cass. n. 6836 del 20/03/2009).
Sul punto, le Sezioni Unite hanno avuto modo di statuire che “il giudice tributario, in sede di impugnazione dell’atto impositivo basato su libri, registri, documenti ed altre prove reperite mediante accesso domiciliare autorizzato dal procuratore della Repubblica, ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, in tema di imposta sul valore aggiunto – reso applicabile anche ai fini dell’accertamento d elle imposte sui redditi dal richiamo operato dal D.P.R. 29 settembre 1973, n.600, art. 33, ha il potere – dovere (in ossequio al canone ermeneutico secondo cui va privilegiata l’interpretazione conforme ai precetti costituzionali, nella specie agli artt. 14 e 113 Cost.), oltre che di verificare la presenza, nel decreto autorizzativo, di motivazione – sia pure concisa o “per
relationem” mediante recepimento dei rilievi dell’organo richiedente – circa il concorso di gravi indizi del verificarsi dell’illecito fiscale, anche di controllare la correttezza in diritto del relativo apprezzamento, nel senso che faccia riferimento ad elementi cui l’ordinamento attribuisca valenza indiziaria. Pertanto, nell’esercizio di tale compito, il giudice deve negare la legittimità dell’autorizzazione emessa esclusivamente sulla scorta di informazioni anonime, valutando consequenzialmente il fondamento della pretesa fiscale senza tenere conto di quelle prove ” (Sez.Un. 16424/02).
I suddetti principi sono stati confermati dalla giurisprudenza di legittimità successiva (Cass. Sez. 5,n. 17957 del 19/ 10/2012, Cass. Sez. 5 n. 23824 del 11110/2017, Cass. Sez. 6 n. 673 del 15/01 /2019).
Segnatamente, Cass n. 32101 del 12/12/2018 ha ricordato che “ai fini dell’accertamento in materia di Iva, l’art. 52 del d.P.R. n. 633 del 1972 -richiamato dall’art. 33 del d.P.R. n. 600 del 1973 e per questo applicabile anche agli accertamenti delle imposte dirette prevede al primo comma l’accesso degli impiegati dell’Amministrazione finanziaria presso i locali adibiti all’esercizio dell’attività commerciale, agricola, artistica o professionale, ovvero presso i locali adibiti ad uso promiscuo (e dunque anche abitativo) e, al secondo comma, l’accesso presso i locali adibiti ad uso diverso e pertanto esclusivamente abitativo: nel primo caso è richiesta la semplice autorizzazione del capo
dell’ufficio e del Procuratore della Repubblica, senza l’indicazione di specifici presupposti, ponendosi tali autorizzazioni come meri adempimenti procedimentali, legati alla necessità che la perquisizione sia avallata da un’autorità gerarchicamente o funzionalmente sovraordinata; nel secondo caso invece l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica presuppone la sussistenza di gravi indizi di violazione tributaria, trovando il suo fondamento nell’inviolabilità del domicilio di cui all’art. 14 della Costituzione. Ne consegue che, in tale ultima ipotesi, l’effettiva sussistenza dei gravi indizi di violazione tributaria è soggetta alla verifica della legittimità formale e sostanziale della pretesa impositiva, che coinvolge la legittimità del procedimento accertativo su cui la stessa si fonda (cfr. Cass., sent. n. 26829/2014). Peraltro, la stessa Corte ha da tempo chiarito non solo i presupposti per la regolarità dell’accesso presso l’abitazione, ma anche il contenuto del provvedimento autorizzatorio nonché il tipo di controllo che su di esso può esercitare il giudice tributario.
In particolare Si è affermato che l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica all’accesso domiciliare, prevista in presenza di gravi indizi di violazioni delle norme tributarie dall’art. 52, cit. (e dall’art. 33 cit), costituisce un provvedimento amministrativo, il quale si inserisce nella fase preliminare del procedimento di formazione dell’atto impositivo ed ha lo scopo di verificare che gli elementi offerti dagli accertatori siano consistenti ed idonei ad integrare gravi indizi.
Da tale natura e funzione dell’autorizzazione discende -anche in considerazione del fatto che l’autorizzazione trova base logica nell’art. 14 Cost. sull’inviolabilità del domicilio- che il giudice tributario, davanti al quale sia in contestazione la pretesa impositiva avanzata sui risultati dell’accesso domiciliare, può essere chiamato a controllare l’esistenza del decreto del pubblico ministero e la presenza in esso degli indispensabili requisiti, tenendo conto, quanto al requisito motivazionale, che l’apprezzamento della gravità degli indizi è esternabile anche in modo sintetico, oppure indiretto, tramite il riferimento ai dati allegati dall’autorità richiedente.
Peraltro il giudice in sede di valutazione dell’atto impositivo che sia basato su documentazione ed altre prove reperite mediante il predetto accesso domiciliare, ha il potere-dovere di verificare nel decreto autorizzativo (in ossequio ai precetti costituzionali espressi dagli artt. 14 e 113 Co st.), oltre che la presenza di motivazione -sia pur concisa o per relationem mediante recepimento dei rilievi dell’organo richiedente- circa il concorso di gravi indizi del verificarsi dell’illecito fiscale, anche di
controllare la correttezza in diritto del relativo apprezzamento, nel senso che faccia riferimento ad elementi cui l’ordinamento attribuisca valenza indiziaria, con consequenziale negazione della legittimità dell’autorizzazione emessa esclusivamente sulla scorta di informazioni anonime. In ogni caso, e più in generale, l’inutilizzabilità dell’atto di accesso se non preceduto da una legittima autorizzazione è la conseguenza del vizio dell’atto autorizzatorio medesimo, che non necessita di una espressa disposizione, derivando dalla regola generale secondo cui l’assenza di un presupposto
di un procedimento amministrativo infirma tutti gli atti nei quali si articola (Cass. Sez. u, sent. n. 16424/2002; sent. n. 9568/2007; ord. n. 23824/2017).”
Tutto ciò premesso, rileva il collegio che nella fattispecie l’ autorizzazione concessa dal Procuratore della Repubblica di Brindisi con provvedimento n. xxxxx dell’ 11.09.2013 non reca una motivazione,sia pure sintetica, idonea a far evincere i “gravi indizi di violazione delle norme fiscali” di cui all ‘ art. 52 comma 2 d.p.r. 633/72, limitandosi a richiamare la richiesta del 10.09.2013 della G.d.f. ,la circostanza che l’attività oggetto di controllo “viene esercitata in luoghi adibiti ad abitazione privata”, la disposizione di cui all’art. 52 dpr 633/72 nonché l’autorizzazione all ‘accesso presso la residenza dello xxxx in xxxx “ed in altri luoghi nella disponibilità dell ‘ interessato, al fine di consentire la legittima esecuzione di ispezioni documentali, verificazioni e ricerche e di ogni altra rilevazione ritenuta utile per l’accertamento delle imposte e per l’ eventuale repressione dell ‘evasione e di possibili altre violazioni”.
A parere del collegio tale motivazione è del tutto generica e non consente di individuare una giustificazione specifica per effettuare le indagini nei confronti dello xxxxxx, potendo piuttosto adattarsi a qualunque verifica il cui presupposto sia lo svolgimento di attività “in luoghi adibiti ad abitazione privata.”
E poiché, come ricordato, da un lato il giudice tributario ha il potere-dovere di verificare nel decreto autorizzativo, oltre che la presenza di motivazione -sia pur concisa o per relationem – circa il concorso di gravi indizi del verificarsi dell’illecito fiscale, anche di controllare la correttezza in diritto del relativo apprezzamento e dall’altro la verifica di tale autorizzazione condiziona a cascata tutte le successive operazioni di verifica e accertamento, ne deriva che, trovando nella fattispecie tale verifica esito negativo, l’atto impositivo deve ritenersi illegittimo per utilizzo di documentazione acquisita illegittimamente.
Né in senso contrario può assumere rilievo la circostanza, invocata dall ‘ Amministrazione Finanziaria, che il contribuente abbia dichiarato che “per motivi riconducibili alla mia attività lavorativa non posso presenziare costantemente nel corso delle operazioni di verifica, pertanto vi autorizzo a proseguire in mia assenza ovvero del mio delegato”, posto che a fronte della illegittimità del presupposto di accesso ai luoghi privati, ne deriva automaticamente l’inutilizzabilità delle prove acquisite, “anche nel caso in cui il contribuente abbia consegnato spontaneamente la documentazione.” (cfr. Cass. n. 673 del 15/01120 19).
In definitiva, è fondato il primo motivo di appello, e per l’ effetto, in riforma della decisione di primo grado, deve essere annullato l’avviso di accertamento n. xxxxxx oggetto di giudizio.
Le spese sono interamente compensate in virtù della particolarità della questione trattata.


P.Q.M.


La Commissione Tributaria Regionale sez. VI, accoglie l’ appello.



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